Camoscio alpino (Rupicapra rupicapra), Alpi Venete, Ph. Sauro Doria

Colline e montagne

Se le Dolomiti sono note per la loro scenografica bellezza e infatti sono state riconosciute patrimonio dell’Umanità, anche i monti, gli altipiani e le colline della fascia prealpina posseggono rilevanti valenze ambientali e offrono spunti di grande interesse per il fotografo naturalista.

Una mattina di dicembre di oltre trent’anni fa risalgo con un amico una valle del Grappa. Calcando antiche vie di boscaioli e passando per borgate abbandonate, attraversiamo il ceduo di faggio e nocciolo e poi il lariceto color d’oro, giungendo ai pascoli delle quote superiori.

Vipera dal corno (Vipera ammodytes), Val Zoldana, Dolomiti Bellunesi, Ph. Bruno Boz

Ci sdraiamo sull’erba disposti all’attesa. Ho con me binocolo e fotocamera, l’attrezzatura analogica dell’epoca: se però il corpo è quello di una pur dignitosa reflex 24×36, l’ottica lascia a desiderare, trattandosi di un economico 500mm catadiottrico, da cui non posso aspettarmi scatti di qualità. Il giallo ocra dell’erba contrasta con il limpido azzurro del cielo e intorno è tutto un cinguettare: fra gli altri passeriformi ci sembra di riconoscere un’averla maggiore. Lo sguardo si sposta verso il Piave, il cui nastro d’argento serpeggia sulla pianura, ma più spesso è rivolto in alto a cercare l’aquila, che sappiamo frequentare questo versante della montagna.

Dopo qualche ora cominciamo a valutare il ritorno, delusi per l’inutile attesa, ma d’improvviso una sagoma scura compare alle nostre spalle: l’aquila, sfruttando una termica, arriva dal basso con le ampie ali distese, le remiganti sollevate e aperte come le dita di una mano. Passa sopra di noi, vicinissima: distinguo il capo dorato e il becco adunco, l’occhio che scruta attento avanti a sé. Neppure un fruscio delle ali potenti, che non tagliano l’aria ma da questa sono sostenute e sospinte. Sembra impossibile che riesca a muoversi così veloce, ma in tale assoluto silenzio.

Poi arriva il compagno e i due prendono a disegnare ampi volteggi. Le ali restano distese e quasi immobili, solo ogni tanto un lieve battito serve a correggere l’assetto. Possiamo osservarle e fotografarle comodamente: chiazze bianche su ali e coda indicano la loro giovane età. Lo spettacolo dura pochi minuti, poi i rapaci si spostano verso una guglia di roccia non distante da noi. 

Uno dei due si accuccia sulla sommità, l’altro resta dritto sulle zampe, vigile. Cerchiamo di avvicinarci al posatoio, ma le aquile si alzano in volo e prendono a girare sopra di noi emettendo acute strida: con dispiacere capisco di averle disturbate. Quindi salgono ancora più in alto e con potente volo battuto si allontanano verso nord: regale noncuranza per quei due esseri umani che restano lì a guardarle, limitati alla terra, e diventano sempre più piccoli e insignificanti, mentre loro salgono altissime nell’azzurro a rimirare un mondo di monti e valli, pianure e fiumi, cielo e nuvole, all’infinito.

Quel mio primo incontro con l’aquila è rimasto un ricordo indelebile e ancora conservo quelle vecchie diapositive: non sono che foto mediocri, ma esse hanno per me un valore grande, memoria di una giornata straordinaria sulle nostre montagne.

Testo di Giuseppe Borziello

Autunno nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, Ph. Alberto Ferro

 

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